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Smart Working con Maccio Capatonda: le sorprendenti location di Torino che raccontano il lavoro agile

Redazione 5 Giugno 2026

Lo smart working? Un campo minato. Giuliano, il protagonista del nuovo film di Maccio Capatonda, lo sa bene. Nella Torino di oggi, tra mura domestiche e riunioni via schermo, il lavoro si infiltra ovunque, spesso senza chiedere permesso. Il film, che uscirà il 4 giugno 2026, non si limita a mostrare scrivanie vuote o collegamenti traballanti: scava nelle tensioni quotidiane di chi cerca di ritagliarsi autonomia in un ambiente che sembra poco disposto a concederla. Tra colleghi, famiglia e quel groviglio di situazioni paradossali che solo lo smart working sa generare, si dipana una storia che parla di difficoltà, ma anche di una strana, nuova forma di comunità.

Giuliano e la battaglia tra smart working e vecchia mentalità aziendale

Giuliano è il ritratto di chi ha trovato nello smart working una via per bilanciare lavoro e vita privata. La flessibilità gli dà serenità, ma in ufficio pochi la pensano come lui. I colleghi, disinteressati, rischiano di far saltare tutto. L’azienda, preoccupata per il calo di produttività, minaccia di tornare indietro e riportare tutti in ufficio. A quel punto, Giuliano diventa un promotore instancabile della nuova modalità, cercando di convincere i colleghi a valorizzare questa libertà. La risposta, però, è inaspettata: invece di lavorare da casa, i colleghi si trasferiscono proprio da lui, trasformando la sua abitazione in un ufficio aperto a tutti. Ne nasce una serie di episodi surreali che coinvolgono moglie e figlio, raccontando con ironia e realismo le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Il film mette così a nudo il rapporto complicato tra esigenze aziendali e dinamiche personali, mostrando che lo smart working è tutt’altro che semplice da gestire.

Torino, tra eleganza e quotidianità: il set perfetto per “Smart Working”

Le riprese si sono concentrate soprattutto negli spazi domestici, fondamentali per raccontare la storia di Giuliano e dei suoi colleghi. Torino fa da sfondo discreto ma significativo, con i suoi quartieri riconoscibili e quel fascino sobrio che ben si sposa con la trama. Il regista Svevo Moltrasio ha scelto quartieri centrali, come la Crocetta, per portare in scena un’atmosfera raffinata, quasi “alla francese”. Via Vincenzo Gioberti, sede della casa protagonista, è uno di quei luoghi dove i viali alberati e le palazzine in stile liberty raccontano un pezzo di storia cittadina. Crocetta non è solo un set estetico: è anche viva, con mercati storici e botteghe che raccontano la tradizione gastronomica piemontese. Gli spazi scelti riflettono il tema centrale del film: la ricerca di un ambiente ideale dove lavoro e vita si intrecciano senza perdere il legame con le abitudini locali.

Crocetta: un quartiere tra storia, mercati e cultura popolare

Crocetta non è solo una cornice elegante, ma un quartiere che pulsa di vita propria. Considerato il “salotto buono” di Torino, si distingue per la sua architettura liberty e i grandi viali alberati. Nel film, questo spazio diventa quasi un personaggio: qui Giuliano cerca di mantenere il suo smart working, in un ambiente che coniuga tradizione e modernità. Il mercato storico del quartiere è un viaggio tra formaggi, salumi e specialità locali, un luogo che mantiene viva la tradizione. Negli ultimi anni la zona ha visto crescere anche l’interesse per la moda vintage, con negozi che attirano appassionati da tutta la città. A completare il quadro c’è la GAM, galleria d’arte moderna, che con le sue mostre e eventi mantiene alta la tensione culturale del quartiere. Questa scelta non è casuale: Crocetta rappresenta un equilibrio tra passato e presente, proprio come il tema del film.

Il Belvedere dei Cappuccini: uno sguardo autentico sulla Torino di oggi

Tra le scene più suggestive spicca quella girata al Belvedere del Monte dei Cappuccini, uno dei luoghi più amati di Torino. Da qui si apre una vista spettacolare sulla Mole Antonelliana, il centro storico e, nelle giornate limpide, le Alpi. Non è solo un panorama da cartolina: il Belvedere è un luogo carico di significati culturali e spirituali, con chiese e monumenti nei dintorni. Nel film diventa la cornice perfetta per momenti di riflessione e incontro, simbolo del legame profondo tra i personaggi e la loro città. Questa visuale panoramica è anche una metafora: serve a mostrare la necessità di guardare lontano, di aprirsi a nuove idee senza perdere il contatto con le radici torinesi.

Porta Palazzo e Piazza Peyron: la Torino vera raccontata nel film

Il racconto non si ferma ai quartieri eleganti. “Smart Working” fa tappa anche in luoghi meno noti ma altrettanto vivi, come Piazza Peyron e Porta Palazzo. La prima, nel quartiere San Donato, è uno spazio verde dove i residenti si incontrano, tra giochi per bambini e panchine all’ombra, un’oasi di respiro nel cuore della città. Poco distante, Porta Palazzo è uno dei mercati più grandi d’Europa e un crocevia di culture diverse. Qui si mescolano lingue, sapori e tradizioni, con negozi etnici e bancarelle che animano l’area. Queste scelte sottolineano la volontà di raccontare una Torino autentica, lontana dai percorsi turistici più battuti ma ricca di vita e storie. In questi spazi si giocano i piccoli grandi drammi di chi vive e lavora in città, un ritratto sincero di una realtà in continuo cambiamento.

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