Un grande albero si staglia contro il cielo di Arnhem, ma a un passo noti che non è solo natura: è anche arte. Sonsbeek, il festival che mescola creatività e paesaggio, torna per la tredicesima volta, e questa volta promette di cambiare ancora una volta il modo di vedere gli spazi pubblici. Fino all’11 ottobre 2026, il parco diventa un luogo senza confini netti, dove sculture, cinema e performance si intrecciano con il verde. Non un museo all’aperto, ma un invito a convivere, a guardare oltre le barriere tra uomo e ambiente.
Un parco nato dalla guerra e dal desiderio di rinascita
La storia di Sonsbeek affonda le radici in un momento difficile: la ricostruzione dopo la guerra, nel 1949. Arnhem portava ancora i segni profondi della battaglia di settembre 1944, raccontata anche nel film “Quell’ultimo ponte”. In quel contesto, il festival non fu solo una vetrina culturale, ma un gesto di rinascita per la città. Portare l’arte negli spazi aperti significava ridare alla comunità un senso di normalità e speranza.
Ogni edizione torna nel cuore verde della città: un parco ottocentesco disegnato per sembrare selvaggio, ma curato con cura paesaggistica. Oggi Sonsbeek diventa il palcoscenico di un dibattito attuale: chi ha davvero diritto a uno spazio pubblico? Il parco non è solo sfondo per le opere, ma un luogo vivo, testimone di storie passate e tensioni sociali legate allo spazio comune.
Spazio pubblico e condivisione: la sfida di Sonsbeek
Il tema del diritto allo spazio è centrale, soprattutto in un’Europa dove i luoghi pubblici sono sempre più spesso limitati o privatizzati. Sedersi su una panchina, bere da una fontana, stare all’ombra: gesti semplici che stanno diventando rari e a volte condizionati da regole o costi. Sonsbeek 2026 riflette tutto questo, mettendo al centro la condivisione e il valore collettivo del parco.
Il titolo “Ik hoef geen tuin, ik deel een park” — “Non ho bisogno di un giardino, condivido un parco” — riassume la sfida culturale e sociale dell’evento. Artisti, visitatori e cittadini sono chiamati a ripensare i confini tra pubblico e privato, a vivere uno spazio aperto senza barriere. Qui l’opera d’arte non è un semplice oggetto da guardare, ma un punto di incontro e dialogo tra persone e ambiente.
Arte internazionale e iniziative diffuse nel centro di Arnhem
Quest’anno il festival ospita diciotto artisti e collettivi internazionali di rilievo. Nomi come Forensic Architecture, Jumana Manna, On Kawara e il gruppo locale Loesje riflettono su memoria, paesaggio e relazioni tra specie diverse. Le opere non si limitano al parco, ma si estendono anche nel centro città, grazie a collaborazioni con istituzioni come Museum Arnhem e Rozet.
Accanto alla mostra c’è Spiral Movements, un fitto calendario di incontri, tour e conversazioni pensati per coinvolgere il pubblico più volte. La visita a Sonsbeek non si esaurisce in un colpo solo, ma invita a scoprire il territorio passo dopo passo. Da agosto a settembre poi, otto appuntamenti cinematografici curati da Focus Filmtheater mettono in dialogo classici e cortometraggi d’artista con lo spirito del festival.
Un invito a vivere il parco con lentezza e attenzione
Christina Li, curatrice della rassegna, propone un’immagine chiara per muoversi nel parco: “come nel Tai Chi”, senza forzare, ma imparando a leggere lo spazio con calma. Non ci sono percorsi obbligati o opere da visitare in un ordine preciso. Sonsbeek è un’esperienza aperta, un invito a immergersi in ottant’anni di storia che custodiscono ricordi, ferite e speranze.
Il parco diventa così un luogo di convivenza, dove arte e natura si incontrano senza gerarchie. Chiunque può attraversarlo, condividere il momento con gli altri, sentire il peso della memoria e respirare l’aria di un presente che rifiuta la proprietà esclusiva degli spazi comuni. Sonsbeek 2026 non è solo un festival, ma un modo concreto per immaginare insieme un futuro più collettivo negli spazi pubblici.
