La strada statale 198 si snoda dall’azzurro della costa orientale all’entroterra selvaggio dell’Ogliastra. A un certo punto, ecco spuntare Gairo Vecchio: un paese sospeso, fermo come in una fotografia sbiadita. Le sue case, sgretolate e silenziose, sembrano raccontare storie dimenticate. Qui, il tempo si è fermato davvero. Nessuno ci abita più, a parte qualche turista d’estate, attratto da quel fascino triste e immobile. D’autunno o in inverno, la nebbia si insinua tra le rovine, avvolgendo tutto in un’atmosfera densa di memoria e silenzio.
A 520 metri di altitudine, sulla valle del Rio Pardu, un tempo sorgeva Gairo Vecchio, un nome che significa “terra che scorre”. Un nome che racconta molto delle sue vicissitudini, segnate da frane e cedimenti continui. La terra qui non è mai stata stabile, ma la svolta drammatica arrivò negli anni Cinquanta. Nel 1951, un’alluvione violenta investì l’Ogliastra: cinque giorni di pioggia incessante trasformarono le strade del paese in torrenti impetuosi. Il terreno cedette, smottando verso valle. Era l’ultimo episodio di una lunga serie, fatta di piccoli e grandi cedimenti che avevano reso insicuro vivere lì.
La scelta fu obbligata: gli abitanti lasciarono il borgo troppo fragile e si spostarono più in basso. Nacquero così tre nuovi centri abitati, ognuno a una diversa distanza dall’originario. Gairo Sant’Elena, appena sotto, divenne il nuovo cuore del paese. Poi Gairo Taquisara, qualche chilometro più lontano, oggi tappa del Treno Verde della Sardegna, una linea turistica che attraversa paesaggi montani unici. Infine, Gairo Cardedu, il più vicino al mare, che si affermò come porta verso la costa.
Oggi Gairo Vecchio è un luogo di bellezza spettrale, una meta per chi ama percorsi fuori dal comune e l’esplorazione urbana. Per arrivarci basta un breve tratto sulla SS198, seguendo i tornanti che si snodano tra montagne e vallate. Il parcheggio è sulla destra, poco lontano dal centro abbandonato. Da lì si entra in vicoli stretti, tra scalinate ripide e case con le pareti dipinte di rosa e blu ormai sbiaditi. Questi ruderi attirano chi pratica l’Urbex, la passione per i luoghi abbandonati, ma anche visitatori in cerca di un contatto vero con la storia, quella che si può quasi toccare con mano.
Le case conservano ancora i dettagli originali: balconi in ferro battuto, scale di pietra, camini ben visibili attraverso finestre rotte o porte spalancate. È come fare un salto indietro nel tempo, in un mondo che si è fermato all’improvviso. Attenzione però: per motivi di sicurezza non si può entrare nelle abitazioni, spesso pericolanti. La natura sta lentamente riprendendo terreno, con piante che spuntano tra le pietre, segno di un lento ritorno al silenzio.
Anche senza abitanti, Gairo Vecchio torna a vivere ogni anno con le sue tradizioni. Il momento più importante è la festa di Sant’Antonio Abate, a gennaio. Si accende il falò tradizionale e si cucina la carne di cinghiale offerta dai cacciatori locali. Questa festa, legata alle radici contadine, è un rito di buon auspicio per la nuova stagione agricola e richiama visitatori e gente dei paesi vicini. Negli ultimi anni si è affiancata la Sagra del Cinghiale, che trasforma il borgo in un punto di incontro e festa, seppur per pochi giorni.
Questi momenti tengono vivo un legame profondo con la terra e la storia di Gairo, valorizzando una cultura che rischierebbe altrimenti di perdersi. Partecipare a queste celebrazioni significa unire passato e presente, tenere accesa la memoria di chi ha vissuto lì e alimentare la curiosità di chi oggi affronta i tornanti della SS198.
Il territorio che circonda Gairo è un mix particolare tra il richiamo del mare e la forza delle montagne sarde. La costa del comune offre spiagge poco affollate ma di grande fascino. Coccorrocci, con i suoi ciottoli scuri, e Cala ‘e Luas, con le rocce rosa che si stagliano sulla riva, sono due esempi di angoli naturali che conquistano i visitatori.
L’interno si affida all’imponenza dei “Tacchi”, torri calcaree nate nel Mesozoico che dominano il panorama. Tra queste spicca Perda ‘e Liana, il monumento naturale più famoso della Sardegna. Le escursioni tra queste rocce si fanno lungo antiche mulattiere, che permettono di scoprire una natura selvaggia e quasi intatta. Le Grotte di Taquisara, vicino all’omonima frazione, completano il quadro: un sistema di grotte carsiche aperte al pubblico da qualche anno, perfettamente conservate.
La montagna Perda ‘e Liana nasconde anche una leggenda antica, parte della tradizione popolare locale: era considerata una “porta dell’Inferno”. Si diceva che demoni e streghe uscissero da quelle rocce per spaventare la gente del posto. Un detto ancora vivo dice: “A sa Perda ‘e Liana su hi heres ti dana” . Si riferisce ai pellegrinaggi che si facevano un tempo ai piedi del monte, dove alcuni offrivano la propria anima al diavolo in cambio di un desiderio.
Questa storia alimenta l’aura misteriosa di Perda ‘e Liana, completando il quadro di un territorio che unisce natura, storia e mito in modo raro.
Il borgo fantasma di Gairo Vecchio si trova in Ogliastra, lungo la SS198 che collega Serri, nel Sarcidano, a Lanusei. Questa strada di circa 80-100 chilometri è molto amata dagli appassionati di moto e dal turismo on the road, grazie ai paesaggi aspri, selvaggi e alle curve che attraversano le montagne della Barbagia.
Procedendo da Osini verso Lanusei, tra i tornanti si scorgono in un colpo solo i due borghi di Gairo: quello vecchio, nella valle, e quello nuovo, più in alto e vivace. Poco dopo si trova l’uscita per il paese abbandonato, dove si può parcheggiare e cominciare a esplorare a piedi. Da lì la vista si apre sulla valle e sulle rovine, offrendo un pezzo di storia poco conosciuta nella Sardegna più classica, fatta di spiagge affollate e centri turistici.
Visitare Gairo Vecchio significa scoprire una Sardegna meno nota, fatta di tracce di vite passate, natura che riprende spazio e paesaggi autentici. Un viaggio da fare con calma, camminando tra vicoli silenziosi e panorami da togliere il fiato.
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